Sono porte affacciate su altri mondi, confini che diventano visibili solo una volta attraversati, come accade – per l’appunto – a SOLEA (dal latino “soglia”), la biblioteca sul crinale a Monteacuto delle Alpi, nel Comune di Lizzano in Belvedere, Appennino bolognese.
Qui può infatti accadere che un attimo prima tu sia immerso nel silenzio apparentemente immobile di un borgo appenninico medievale, un attimo dopo tu sia travolto dall’entusiasmo contagioso di un gruppo di persone che, con impegno e dedizione, ti fanno entrare in un angolo di pura bibliofilia.
SOLEA – La biblioteca sul crinale è nata nella primavera 2023 grazie alla volontà di Anna Ambrosi e Barbara Cassioli, approdate in questo angolo di Appennino da strade diverse, incontratesi per caso e ora parte integrante del minuto ma vivace gruppo di residenti locali. A loro si sono ben presto uniti Alessia, Fabio, Marco, Marina, Monica, Silvio, ognuno contribuendo con il proprio tempo e le proprie idee a questo bel progetto di volontariato culturale.
Ma non ci sono solo i libri, a SOLEA. Ci sono idee, eventi, iniziative (camminate letterarie, concerti, laboratori per bambini, corsi di scrittura creativa…), con lo scopo di ampliare il senso di appartenenza a questi luoghi, rivitalizzandoli partendo dalle comunità locali, con il desiderio di fare rete e condividere esperienze.
Tra queste iniziative vi è il Club del libro cheprenderà avvio domenica 1° ottobre p.v. alle ore 21.00 con un primo incontro in biblioteca che avrà come protagonista il libro “Bestiario sentimentale” della scrittrice messicana Guadalupe Nettel, una delle penne più luminose della letteratura latino-americana contemporanea.
Il Club del libro sarà un club in presenza dove tornare a guardarsi negli occhi, condividendo pensieri e lettura e sarà un’occasione per incentivare la frequentazione dei locali della zona durante la bassa stagione.
Infatti, dopo il primo incontro, gli appuntamenti successivi saranno itineranti tra i locali del “triangolo appenninico” (Lizzano in Belvedere/Montese/Castel d’Aiano), dove, tra spuntini e bevute, si contribuirà a un sostegno economico reciproco.
Ben presto nascerà un’associazione culturale, proprio per rendere ancora più operativi e formalmente riconosciuti questa energia positiva e questo spirito d’iniziativa.
Perciò rimanete sintonizzati e se amate la lettura, le borgate appenniniche, gli scambi proficui di contenuti, iscrivetevi al Club del libro, fate la tessera della Biblioteca e aiutateci a promuovere questo magico territorio.
Info:
📍MonteacutodelleAlpi (Lizzano in Belvedere – BO)
🕰 Aperta tutto l’anno il sabato e la domenica dalle 14 alle 17
Per me l’anno comincia il primo giorno di settembre, non l’uno gennaio. Da quando ero piccolo è così. Lasciavamo Pianaccio, si ritornava in città. E il distacco era sempre doloroso; proprio come nei Promessi Sposi: “Addio ai monti”.
Enzo Biagi, Un anno una vita, 1992
Pianaccio (730 m s.l.m.) è una delle frazioni più piccole del comune di Lizzano in Belvedere (BO), incastonata tra i boschi ai piedi del Corno alle Scale. Oggi conta ufficialmente 22 abitanti e l’atmosfera che si respira è quella di un borgo fuori dal tempo.
Pianaccio non è un paese che raggiungi per caso.
La sua posizione defilata in mezzo ai boschi e la strada stretta e tortuosa fanno sì che per arrivarci si debba essere particolarmente motivati.
I motivi per una visita a Pianaccio sono in realtà più di uno.
L’ambiente naturale è sicuramente di grande fascino: siamo nell’area di preparco del Parco Regionale del Corno alle Scale, con boschi misti che ricoprono quasi tutto il territorio e castagneti da frutto in prossimità degli abitati. Da qui parte una rete sentieristica che permette di esplorare alcuni dei principali punti d’interesse del circondario:
Verso il Monte Pizzo(1194 m s.l.m.): è il monte che domina l’abitato di Lizzano in Belvedere, un tempo raggiungibile anche in seggiovia (oggi non più in funzione). Un bel itinerario ad anello di facile percorrenza (difficoltà E / 4,5 km totali) permette di raggiungere la sorgente detta Sboccata dei Bagnadorie l’omonimo rifugio a 1274 m s.l.m. (CAI 115), la cima del Monte Grande (percorrendo un tratto del sentiero CAI 125), la Bocca delle Tese (toponimo che deriva dalle reti utilizzate un tempo per la cattura degli uccelli) e il borgo disabitato di Fiammineda, risalente al XVII secolo (CAI 151).
Verso la localitáSegavecchia (913 m s.l.m., punto di partenza di numerosi altri itinerari): qui si trova un bellissimo rifugio, raggiungibile a piedi dalla Sboccata dei Bagnadori (CAI 123) o in macchina (stagione permettendo) direttamente dal paese di Pianaccio. Il toponimo é legato alla presenza di un’antica segheria idraulica del 1800, giá inattiva all’inizio del secolo scorso.
Ma è uno dei suoi abitanti più illustri ad aver reso nota la piccola Pianaccio: qui nacque infatti nel 1920 Enzo Biagi, uno dei più grandi giornalisti dell’Italia del secondo dopo guerra. A lui è dedicata un’ampia sezione del Centro Visiteche si trova proprio all’ingresso del paese, di fronte alla casa in cui nacque, quella con “l’albero dai fiori bianchi” per citare il titolo di uno dei suoi numerosissimi libri. Ad accoglierti c’è lui, la scultura in terracotta a grandezza naturale che lo ritrae e che ti invita a sederti affianco sulla panchina per raccontarti una delle sue innumerevoli storie.
Curiositá: la scultura è stata inaugurata nel 2017 ed è opera dell’artista Yazuyuky Morimoto.
Il Centro Visite si sviluppa su più piani e oltre a ripercorrere la vita e la carriera del grande giornalista presenta una sezione dedicata al rapporto dell’uomo con il bosco e due mostre permanenti su altri due importanti personaggi nativi di Pianaccio: l’aviatore pluridecorato della Grande Guerra Guglielmo Fornagiari e il parroco eroe di guerra, ucciso nell’eccidio di Marzabotto, Don Giovanni Fornasini.
Il mio consiglio è quello di iniziare la visita dall’alto, dal sottotetto, per dedicare l’attenzione maggiore al Centro Documentale su Enzo Biagi: qui sono raccolte tutte le sue principali pubblicazioni e la galleria fotografica che lo ritrae con i protagonisti della scena politica, culturale e sociale di quegli anni, da lui intervistati, è davvero impressionante. Si prosegue con la storia della sua famiglia e la ricostruzione di quello che doveva essere il suo studio (in fase di completamento).
Proseguendo nella visita, la sezione dedicata al bosco è molto interessante e se siete in compagnia di bambini permette di trascorrere piacevolmente un po’ di tempo alla scoperta della fauna e della flora delle montagne. L’allestimento è molto accattivante e le postazioni interattive con giochi e suoni della natura sono perfette per i più piccoli.
Nel momento in cui scrivo si avvicinano le celebrazioni del centenario dalla nascita di Enzo Biagi (9 agosto 1920), celebrazioni che, a causa delle restrizioni da Covid-19, saranno più sottotono di quanto si fosse originariamente pianificato. Per il programma della giornata visitate il profilo Instagram della Proloco di Pianaccio@prolocopianaccio e la relativa pagina FB.
A due passi dal museo si trova il piccolo e raccolto cimitero del paese dove riposa Enzo Biagi, insieme alla moglie e agli altri componenti della famiglia. Non perdetevelo.
Per quanto mi riguarda, la prossima volta – magari in autunno – ne approfitterò per fare uno dei percorsi di cui vi ho parlato e deliziarmi il palato all’Antica Locanda Alpina…
Maggiori info:
Centro visita e centro documentale “Enzo Biagi”:
DOVE: Via Roma 1, Pianaccio (Lizzano in Belvedere -BO)
ORARI: LUGLIO tutti i fine settimana / AGOSTO tutti i giorni | 9.00-12.00 e 15.00-18.00. Negli altri periodi dell’anno aperto su prenotazione
Dall’estate 2020 è possibile visitare il paese e i suoi dintorni con visite guidate a cura della Dott.ssa Alessandra Biagi, del Gruppo Studi Capotauro. Per date e info consultate i social e fate riferimento ai recapiti indicati.
Antica Locanda Alpina:
DOVE: Via Roma 22, Pianaccio (Lizzano in Belvedere -BO)
Semelano (613 m s.l.m) è una frazione del Comune di Montese che dista da quest’ultimo poco più di una decina di chilometri, occupando, insieme alla piccola borgata di Bertocchie alla frazione di Montalto, l’area meridionale e più vicina a Zocca (MO) del territorio comunale.
LA PIEVE DEI SS. PIETRO E PAOLO
Il portale di ingresso della Pieve fatto costruire in arenaria riccamente decorata a motivi floreali e legno di noce da Don Alfonso Erbolani nel XVII secolo
Del primo impianto della pieve di Semelano, dedicata ai Santi Pietro e Paolo apostoli, si hanno notizie fin dal X secolo (969 d.C.) ma il suo aspetto attuale risale alla prima metà del XVII secolo quando venne completamente ricostruita.
Oggi è uno degli esempi di architettura sacra seicentesca più significativi del territorio, con un apparato artistico e decorativo degno di nota.
Fu soprattutto grazie alla famiglia Erbolani e alle committenze illuminate di molti dei suoi componenti (che per circa un secolo si avvicendarono nella guida della pieve) che la parrocchia si arricchì dal punto di vista artistico ed architettonico.
Veduta laterale della Pieve con il campanile a cuspide
Don Ercole Erbolani e il nipote Don Alfonso le diedero l’inconsueta pianta basilicale a tre navate che ancora oggi conserva. Le navate sono divise da imponenti colonne e semi-colonne di tufo intonacato a reggere capitelli in arenaria di gusto rinascimentale, che richiamano la tradizione scalpellina locale, a sua volta derivazione dei più antichi maestri comacini.
Il recinto murario che circonda il complesso ecclesiastico di SemelanoLa suddivisione interna a tre navate con le colonne in tufo intonacato e i capitelli in arenaria
Capitello in arenaria finemente scolpito
Ciascuna navata termina con una cappella decorata da ancone con preziose cornici in legno dorato in oro zecchino di gusto bolognese. Nella navata di destra e in quella di sinistra è raffigurata rispettivamente la Madonna del Rosario con i Misteri ed il Transito di S. Giuseppe: due importanti tele commissionate da Don Ercole Erbolani a Giovan Battista Bertusi, allievo di Ludovico Carracci, tra i più importanti pittori bolognesi degli inizi del ‘600.
Il transito di S. Giuseppe della cappella della navata di sinistra e La Madonna del rosario della cappella della navata di destra
Anche l’originaria pala d’altare dell’abside maggiore era attribuita a Ludovico Carraccie raffigurava il martirio dei santi Pietro e Paolo (1615). Commissionata da Don Ercole Erbolani, venne tuttavia prelevata nel 1786 dal Duca di Modena Ercole III per arricchire le collezioni estensi di Palazzo Ducale. Da qui venne poi trafugata dai Francesi dopo il 1796 e negli anni ’80 del secolo scorso fu rintracciata dallo studioso di storia locale Enrico Marchetti al Museo di Belle Arti di Rennes, in Bretagna, dove tuttora è conservata. Al suo posto ne venne collocata una copia ad opera del pittore Antonio Verni (1798).
L’attuale copia dell’originaria pala d’altare attribuita a L. Carracci
Sulla navata di destra possiamo osservare due cappelle:
la prima è dedicata a San Pellegrino, santo protettore dell’illustre casata degli Erbolani
la seconda conserva un paliotto bolognese (pannello decorativo dell’altare) in scagliola datato 1681 ed un’ancona in stucco del ‘700
Nella cappella di sinistra possiamo invece osservare:
un Crocefisso e un’Addolorata di fine ‘600, entro stucchi del ‘700
il battistero in marmo con tempietto ligneo del ‘600
una tela con il battesimo di Cristo del 1659
La pieve di Semelano è visitabile durante le funzioni religiose del sabato pomeriggio e con visita guidata curata dal gruppo FAI dell’Appennino modeneseogni anno in occasione delle Giornate del FAI (primaverili e autunnali).
LA QUERCIONA (la querzòna)
A Semelano esisteva una quercia secolare, la c.d. querzòna (querciona), di ben 6 m di circonferenza. Sopravvissuta ai danni della guerra non sopravvisse all’incuria umana. Negli anni ’60 del secolo scorso per liberarla da un’infestazione di formiche alcuni ragazzi del luogo le diedero fuoco (!) e anche se le fiamme furono domate dai Vigili del Fuoco accorsi sul posto direttamente da Modena, il tronco e la stabilità ne rimasero fortemente compromessi. Poco tempo dopo, a causa di un violento temporale, parte del tronco si spezzò, cadendo a terra e per questione di pubblica sicurezza si decise di abbatterla definitivamente.
Al suo posto ne venne piantata un’altra: la quercia che si può osservare tuttora.
A memoria della querzòna rimane un tamponamento nel muro di cinta del giardino della Pieve, occupato originariamente dal tronco secolare. Se lo osservate da vicino avrete un’idea dell’imponenza di tale albero.
La quercia attualeIl tamponamento del muro, il cui spazio era occupato originariamente dal tronco secolare della querzòna
CA’ DEL DUCA (XII sec.)
La denominazione “Ca’ del Duca” fa riferimento al Duca d’Este, Ercole III, signore delle terre locali.
Di grande interesse storico ed architettonico, con il caratteristico portale ad arco a sesto acuto, tale edificio è stato purtroppo alterato da una ristrutturazione e un intervento di sopraelevazione che ne hanno modificato l’aspetto antico (originariamente il tetto aveva copertura a due falde ed esisteva un unico portale di ingresso).
Per vederlo dovete percorrere la strada che porta a Montalto Vecchio (n. 3953), imboccandola dal quadrivio all’ingresso del paese.
Ca’ del Duca (XII secolo)
IL MULINO
Lungo Via Pescaroggio (nn. 555 e 559) una strada sterrata scende verso valle e dopo una passeggiata di circa una ventina di minuti si raggiunge il mulino di Semelano.
La presenza dell’acqua accompagna per buona parte del tragitto che si conclude davanti alla ruota verticale dell’impianto, ancora in ottimo stato di conservazione.
RISTORANTI e B&B
IL RIFUGIO DIVINO [chiuso]
Ristorante e B&b a Semelano di sotto, con un ampio giardino e camere in stile tradizionale, alcune dotate anche di romanticissimo camino. Cucina tradizionale e genuina.
Dove: via Pescaroggio 150, Semelano di Montese (MO)
Il piccolo borgo di Bertocchi (537 m s.l.m) dista circa 7 chilometri dal capoluogo Montese (MO) e si trova, insieme a Semelano e Montalto, nel comparto sud del comune, al confine con il territorio di Zocca (MO).
E’ la più piccola frazione di Montese, circondata da pascoli e campi, e deve probabilmente il suo nome ad un’antica famiglia locale.
La chiesa di S. Antonio da Padova
La chiesa di Sant’Antonio da Padova (XIX sec.) costituisce il fulcro della borgata mentre in località Baldiola (o Badiola) si trova un piccolo oratorio munito di campanile, dedicato alla B.V. Ausiliatrice e risalente nel suo primo impianto alla prima metà del XVII secolo. L’oratorio della Badiola è caratterizzato da un avamportico con accesso frontale e due laterali; sulla facciata conserva una nicchia con una formella di ceramica raffigurante la Madonna con Bambino e all’interno un affresco del XVII sec. che ritrae la Vergine con Bambino benedicente.
FESTE
La festa parrocchiale dei Bertocchi è l’evento che apre la stagione estiva di sagre e intrattenimenti locali. Si tiene intorno alla metà di maggio con stand gastronomici, musica dal vivo e grande voglia di fare festa!
PER APPROFONDIRE
G. Ricci, Montese. Cenni storici, parrocchie, archivi, 1988
Come spiegano sul proprio sito, la parola trébbio (dial. trébbo) è un sinonimo di trivio (incontro di tre strade) e ha come secondo significato figurato quello di intrattenimento di amici, crocchio di persone ferme a conversare sulla vita. Una bella parola quindi per denominare un’associazione culturale e il crocevia di idee e di opinioni che da essa nascono.
L’Associazione Il Trebbo è un gruppo culturale del territorio di Montese, attivo sin dal lontano 1988.
Con l’attiva collaborazione della popolazione e dell’amministrazione locale, esso si prefigge di valorizzare e tenere vivo il patrimonio materiale e immateriale di questo tratto di Appennino, attraverso pubblicazioni monografiche, notiziari periodici, incontri e conferenze, attività di manutenzione di luoghi ed edifici di interesse collettivo. Piuttosto intenso e significativo per i risultati prodotti è l’impegno indirizzato verso l’attività museale, con la promozione e l’organizzazione periodica di mostre e percorsi espositivi. Notevole è stata la realizzazione dell’allestimento e l’eccellente gestione (tutta a base volontaria) del Sistema museale di Iola di Montese, che in tempi recenti ha avuto il riconoscimento di Museo di Qualità dall’Istituto dei Beni Artistici Culturali e Naturali della Regione E-R (IBACN).
Qui potete trovare l’elenco completo delle pubblicazioni monografiche curate dal gruppo e le principali attività svolte finora. Le monografie sono dedicate a temi di interesse locale legati alla seconda guerra mondiale, alle tradizioni culturali, gastronomiche, orali e al patrimonio storico-artistico e architettonico del territorio e possono essere acquistate online al link sopracitato o presso il bookshop del museo di Iola oppure in occasione di incontri e presentazioni sul territorio.
Il gruppo culturale si occupa anche della pubblicazione del periodico di informazione locale Montese Notizie: qui potete trovare la raccolta di questa rivista quadrimestrale a partire dal 1994.
MAGGIORI INFORMAZIONI
Gruppo culturale Il Trebbo Associazione Promozione Sociale
Presidente del Gruppo culturale Il Trebbo e Direttore del Sistema museale di Iola: Erminio Bernardi
Tre ingredienti all’apparenza semplicissimi: latte, caglio e sale.
E, a fare la differenza, la mano dell’uomo, del casaro.
LA PRODUZIONE E IL DISCIPLINARE
Il Consorzio del Parmigiano Reggianostabilisce un disciplinare dalle regole rigorose per la produzione e la stagionatura di questo formaggio dalla storia quasi millenaria. I frequenti controlli effettuati sul latte destinato alla sua produzione ne garantiscono la genuinità e l’assenza assoluta di conservanti e additivi.
I territori di produzione sono limitati esclusivamente alle province di Parma, Reggio Emilia e Modena, parte della provincia di Bologna (a sinistra del fiume Reno) e parte della provincia di Mantova (a destra del fiume Po).
Il processo di alimentazione delle bovine è strettamente regolamentato e prevede solo foraggi prodotti in quest’area, che non siano insilati o fermentati.
Da circa 1000 litri di latte si ottengono due forme. Il latte conferito dai produttori la sera viene scremato, mentre quello conferito la mattina rimane intero: vengono mescolati nelle tipiche caldaie di rame a forma di campana rovesciata per dare inizio alla lavorazione.
Caseificio Dismano di Castelluccio di Moscheda, Montese – MO
Il processo di produzione si conclude mettendo le forme in salatura per una ventina di giorni, immergendole in una soluzione satura di acqua e sale.
Dopodiché le forme, ancora fresche, vengono messe in magazzino su scaffalature di legno, dove inizia il processo di stagionatura per almeno12 mesi (il più lungo tra tutti i formaggi DOP). La forma lentamente si asciuga, creando una crosta naturale completamente edibile.
Solo al termine dei 12 mesi avverrà la selezione e la certificazione: un attento esame (“espertizzazione“), di tutte le forme da parte degli esperti del Consorzio di Tutela (i c.d. “battitori“, perché utilizzano piccoli martelli per battere le forme e capire dal suono se esistono difetti interni) permetterà di confermarne lo “status” di Parmigiano Reggiano, apponendovi il marchio a fuoco della Denominazione di Origine Protetta (DOP).
Le forme con difetti di lieve o media entità (che non ne compromettano le caratteristiche organolettiche) prendono invece il nome di “Parmigiano ReggianoMezzano” e le potrete riconoscere dalla tipica crosta “rigata”, segni che vengono impressi in maniera indelebile ma che ugualmente conservano il marchio della DOP.
Le forme con difetti rilevanti verranno invece private di tutte le marchiature (le inconfondibili scritte a puntini) e potranno essere vedute “fresche” senza alcun riferimento al Parmigiano Reggiano.
La presenza di vari bollini colorati aiuta a identificare la varie stagionature: oltre18, oltre 22, oltre 30 mesi.
PROGETTO QUALITA’ “PRODOTTO DI MONTAGNA”
Con l’obiettivo di sostenere il valore aggiunto del Parmigiano Reggiano prodotto in montagna è stata introdotta dal Consorzio una valutazione aggiuntiva da effettuarsi al 24° mese di stagionatura che conferisce il marchio “Parmigiano Reggiano Prodotto di Montagna”.
Per ottenerlo devono essere localizzati in territorio di montagna:
gli allevamenti che forniscono il latte
il 60% dell’alimentazione delle bovine
la sede dei caseifici di trasformazione
la sede della stagionatura dei primi 12 mesi .
L’incremento della produzione e la necessità di conservare le forme in queste zone di montagna ha portato, a ottobre 2019, all’inaugurazione a Montese del nuovo Magazzino Generale per la stagionatura del Parmigiano Reggiano (della Società reggiana GEMA Magazzini Generali), una struttura di circa 7500 mq con una capacità di 170.000 forme.
Qui vengono prese in carico le forme direttamente dai produttori ed accompagnate a divenire forme di Parmigiano Reggiano, assicurando la continuità della filiera certificata con ambienti a temperatura, umidità ed areazione controllata, come previsto dal disciplinare del Consorzio.
Curiosità: pare che siano stati i monaci Benedettini del Parmense e del Reggiano a dare avvio nel Medioevo alla produzione di queste forme dalla lunga stagionatura.
Tutti gli anni in primavera ed autunno è possibile visitare i caseifici, scoprendo in presa diretta il mondo del Parmigiano Reggiano, attraverso l’iniziativa “Caseifici Aperti”.
“Benvenuto chiunque tu sia e alla tua sete di conoscenza. Se varcherai questa soglia antica, ti troverai in un tempo lontano. Al di là di essa vi è infatti un luogo per secoli abitato che ora però è privo dei suoi palpiti di vita: profumi e suoni l’hanno abbandonato, inghiottiti dal lento scorrere degli anni. Ad aspettarti son rimasti sol gli arredi, parti silenti di questo mondo antico e dormiente che tu però potrai risvegliare se dalle tue emozioni ti farai guidare.”
la proprieta’ del mulino delle coveraie
L’ingresso del mulino e la sig.ra Valeria, attuale proprietaria
Grazie alla passione e alla dedizione della signora Valeria, di suo marito e del loro figlio Flavio è stato preservato un pezzo di storia del territorio che permette di approfondire la conoscenza della vita dei mulini e del loro ruolo all’interno delle comunità montane.
Un gioiello nascosto del nostro Appennino che vale assolutamente la pena visitare se passate da queste parti. E’ aperto su appuntamento e vi consiglio di prendervi tutto il tempo necessario per respirare l’atmosfera del luogo e lasciarvi trasportare dalla narrazione di Valeria e di Flavio.
L’impianto originario del Mulino delle Coveraie risale al XVII secolo ed è attualmente inserito in un edificio ristrutturato ed ampliato a più riprese nel corso dei secoli, ora adibito a piccolo museo e ad abitazione privata. La forza motrice gli derivava dal ruscello omonimo (il c.d. fosso delle Coveraie) che, pur avendo perso molto della sua portata, ancora oggi si può sentire scorrere nei pressi.
La particolarità di questo mulino è data da una delle due ruote idrauliche, lignee, verticali e a cassette, che in passato azionavano le quattro macine (ora non più in funzione): si tratta di una ruota dal diametro di ben 8 metri che potrete ammirare – nel suo aspetto originario, in esterno, sul fianco dell’edificio.
Curiosità: il toponimo Coveraie deriva probabilmente dal lat. Cavus rarus, in riferimento alla presenza nel territorio di grotte ed inghiottitoi, tra i quali la leggenda narra che ve ne sia uno che raccoglie un grande lago ipogeo.
Molto interessante è la conservazione di due ambienti che riproducono il laboratorio di un fabbro e di un falegname con gli attrezzi del mestiere.
Il laboratorio del fabbro
Il laboratorio del falegname
Prima di lasciare questo posto incantato non dimenticatevi di fare un salto nel piccolo negozietto con prodotti tipici locali realizzati direttamente in loco, ideali per caratteristici souvenir e palati raffinati.
A Riva di Biscia sono ambientati due bellissimi video de “La Vaporiera Orchestra e Street Band“, progetto locale di valorizzazione e diffusione della tradizionale musica da ballo montanara (ne parlo qui):
Partita a due (musica di B. Battistini e Henghel Gualdi): valzer per clarinetto e fisarmonica ambientato nel paesino di Riva di Biscia
Nei pressi di Castel d’Aiano si trova un sito speleologico di grande rilievo, la Grotta di Labante, Sito d’Interesse Comunitario (SIC) in quanto si tratta della grotta primaria di travertino più grande d’Italia e forse del mondo. Il sistema carsico di Labante si estende infatti per circa 54 m, quando solitamente queste cavità non superano i 4-5 m di lunghezza.
Il suo fascino deriva inoltre dalla presenza della cascata che lo sovrasta, alimentata dalla sorgente di San Cristoforo, la stessa che nei millenni ha dato origine alla cavità e che continua ad accrescere il profilo roccioso di anno in anno, trasportando e sedimentando i depositi calcarei che lo formano.
Intorno alla grotta sono rimaste attive per anni cave di estrazione di travertino, utilizzato come materiale da costruzione già dagli Etruschi di Kainua (Marzabotto – BO): la stessa Chiesa di San Cristoforo che si trova proprio sopra la grotta è stata creata con blocchi di questo materiale.
Una curiosità: tra i due ingressi della grotta vi sono degli accumuli di piccoli ciottoli bianchi arrotondati ed estremamente levigati. Sono le c.d. pisoliti dette anche “perle di grotta”, concrezioni di carbonato di calcio.
La grotta di Labante è situata al centro di una magnifica area verde all’interno della quale è possibile effettuare camminate ed escursioni alla scoperta del territorio di Castel d’Aiano, approfittando della recente opera di risistemazione sentieristica avvenuta ad opera del CAI, del Comune e dell’Associazione Trekking Horse (cartina con 380 km di sentieri).