PIANACCIO, IL PAESE DI ENZO BIAGI

Per me l’anno comincia il primo giorno di settembre, non l’uno gennaio. Da quando ero piccolo è così. Lasciavamo Pianaccio, si ritornava in città. E il distacco era sempre doloroso; proprio come nei Promessi Sposi: “Addio ai monti”.

Enzo Biagi, Un anno una vita, 1992

Pianaccio (730 m s.l.m.) è una delle frazioni più piccole del comune di Lizzano in Belvedere (BO), incastonata tra i boschi ai piedi del Corno alle Scale. Oggi conta ufficialmente 22 abitanti e l’atmosfera che si respira è quella di un borgo fuori dal tempo.

Pianaccio non è un paese che raggiungi per caso.

La sua posizione defilata in mezzo ai boschi e la strada stretta e tortuosa fanno sì che per arrivarci si debba essere particolarmente motivati.

I motivi per una visita a Pianaccio sono in realtà più di uno.

L’ambiente naturale è sicuramente di grande fascino: siamo nell’area di preparco del Parco Regionale del Corno alle Scale, con boschi misti che ricoprono quasi tutto il territorio e castagneti da frutto in prossimità degli abitati. Da qui parte una rete sentieristica che permette di esplorare alcuni dei principali punti d’interesse del circondario:

  • Verso il Monte Pizzo (1194 m s.l.m.): è il monte che domina l’abitato di Lizzano in Belvedere, un tempo raggiungibile anche in seggiovia (oggi non più in funzione). Un bel itinerario ad anello di facile percorrenza (difficoltà E / 4,5 km totali) permette di raggiungere la sorgente detta Sboccata dei Bagnadori e l’omonimo rifugio a 1274 m s.l.m. (CAI 115), la cima del Monte Grande (percorrendo un tratto del sentiero CAI 125), la Bocca delle Tese (toponimo che deriva dalle reti utilizzate un tempo per la cattura degli uccelli) e il borgo disabitato di Fiammineda, risalente al XVII secolo (CAI 151).
  • Verso la localitá Segavecchia (913 m s.l.m., punto di partenza di numerosi altri itinerari): qui si trova un bellissimo rifugio, raggiungibile a piedi dalla Sboccata dei Bagnadori (CAI 123) o in macchina (stagione permettendo) direttamente dal paese di Pianaccio. Il toponimo é legato alla presenza di un’antica segheria idraulica del 1800, giá inattiva all’inizio del secolo scorso.

Ma è uno dei suoi abitanti più illustri ad aver reso nota la piccola Pianaccio: qui nacque infatti nel 1920 Enzo Biagi, uno dei più grandi giornalisti dell’Italia del secondo dopo guerra. A lui è dedicata un’ampia sezione del Centro Visite che si trova proprio all’ingresso del paese, di fronte alla casa in cui nacque, quella con “l’albero dai fiori bianchi” per citare il titolo di uno dei suoi numerosissimi libri. Ad accoglierti c’è lui, la scultura in terracotta a grandezza naturale che lo ritrae e che ti invita a sederti affianco sulla panchina per raccontarti una delle sue innumerevoli storie.

Curiositá: la scultura è stata inaugurata nel 2017 ed è opera dell’artista Yazuyuky Morimoto.

Il Centro Visite si sviluppa su più piani e oltre a ripercorrere la vita e la carriera del grande giornalista presenta una sezione dedicata al rapporto dell’uomo con il bosco e due mostre permanenti su altri due importanti personaggi nativi di Pianaccio: l’aviatore pluridecorato della Grande Guerra Guglielmo Fornagiari e il parroco eroe di guerra, ucciso nell’eccidio di Marzabotto, Don Giovanni Fornasini.

Il mio consiglio è quello di iniziare la visita dall’alto, dal sottotetto, per dedicare l’attenzione maggiore al Centro Documentale su Enzo Biagi: qui sono raccolte tutte le sue principali pubblicazioni e la galleria fotografica che lo ritrae con i protagonisti della scena politica, culturale e sociale di quegli anni, da lui intervistati, è davvero impressionante. Si prosegue con la storia della sua famiglia e la ricostruzione di quello che doveva essere il suo studio (in fase di completamento).

Proseguendo nella visita, la sezione dedicata al bosco è molto interessante e se siete in compagnia di bambini permette di trascorrere piacevolmente un po’ di tempo alla scoperta della fauna e della flora delle montagne. L’allestimento è molto accattivante e le postazioni interattive con giochi e suoni della natura sono perfette per i più piccoli.

Nel momento in cui scrivo si avvicinano le celebrazioni del centenario dalla nascita di Enzo Biagi (9 agosto 1920), celebrazioni che, a causa delle restrizioni da Covid-19, saranno più sottotono di quanto si fosse originariamente pianificato. Per il programma della giornata visitate il profilo Instagram della Proloco di Pianaccio @prolocopianaccio e la relativa pagina FB.

A due passi dal museo si trova il piccolo e raccolto cimitero del paese dove riposa Enzo Biagi, insieme alla moglie e agli altri componenti della famiglia. Non perdetevelo.

Per quanto mi riguarda, la prossima volta – magari in autunno – ne approfitterò per fare uno dei percorsi di cui vi ho parlato e deliziarmi il palato all’Antica Locanda Alpina

Maggiori info:

Centro visita e centro documentale “Enzo Biagi”:

  • DOVE: Via Roma 1, Pianaccio (Lizzano in Belvedere -BO)
  • ORARI: LUGLIO tutti i fine settimana / AGOSTO tutti i giorni | 9.00-12.00 e 15.00-18.00. Negli altri periodi dell’anno aperto su prenotazione
  • RECAPITI: 371 46 06 466 – info@prolocopianaccio.org

Dall’estate 2020 è possibile visitare il paese e i suoi dintorni con visite guidate a cura della Dott.ssa Alessandra Biagi, del Gruppo Studi Capotauro. Per date e info consultate i social e fate riferimento ai recapiti indicati.

Antica Locanda Alpina:

Per approfondire:

SEMELANO

Semelano (613 m s.l.m) è una frazione del Comune di Montese che dista da quest’ultimo poco più di una decina di chilometri, occupando, insieme alla piccola borgata di Bertocchi e alla frazione di Montalto, l’area meridionale e più vicina a Zocca (MO) del territorio comunale.

LA PIEVE DEI SS. PIETRO E PAOLO

Il portale di ingresso della Pieve fatto costruire in arenaria riccamente decorata a motivi floreali e legno di noce da Don Alfonso Erbolani nel XVII secolo

Del primo impianto della pieve di Semelano, dedicata ai Santi Pietro e Paolo apostoli, si hanno notizie fin dal X secolo (969 d.C.) ma il suo aspetto attuale risale alla prima metà del XVII secolo quando venne completamente ricostruita.

Oggi è uno degli esempi di architettura sacra seicentesca più significativi del territorio, con un apparato artistico e decorativo degno di nota.

Fu soprattutto grazie alla famiglia Erbolani e alle committenze illuminate di molti dei suoi componenti (che per circa un secolo si avvicendarono nella guida della pieve) che la parrocchia si arricchì dal punto di vista artistico ed architettonico.

Veduta laterale della Pieve con il campanile a cuspide

Don Ercole Erbolani e il nipote Don Alfonso le diedero l’inconsueta pianta basilicale a tre navate che ancora oggi conserva. Le navate sono divise da imponenti colonne e semi-colonne di tufo intonacato a reggere capitelli in arenaria di gusto rinascimentale, che richiamano la tradizione scalpellina locale, a sua volta derivazione dei più antichi maestri comacini.

La suddivisione interna a tre navate con le colonne in tufo intonacato e i capitelli in arenaria
Capitello in arenaria finemente scolpito

Ciascuna navata termina con una cappella decorata da ancone con preziose cornici in legno dorato in oro zecchino di gusto bolognese. Nella navata di destra e in quella di sinistra è raffigurata rispettivamente la Madonna del Rosario con i Misteri ed il Transito di S. Giuseppe: due importanti tele commissionate da Don Ercole Erbolani a Giovan Battista Bertusi, allievo di Ludovico Carracci, tra i più importanti pittori bolognesi degli inizi del ‘600.

Anche l’originaria pala d’altare dell’abside maggiore era attribuita a Ludovico Carracci e raffigurava il martirio dei santi Pietro e Paolo (1615). Commissionata da Don Ercole Erbolani, venne tuttavia prelevata nel 1786 dal Duca di Modena Ercole III per arricchire le collezioni estensi di Palazzo Ducale. Da qui venne poi trafugata dai Francesi dopo il 1796 e negli anni ’80 del secolo scorso fu rintracciata dallo studioso di storia locale Enrico Marchetti al Museo di Belle Arti di Rennes, in Bretagna, dove tuttora è conservata. Al suo posto ne venne collocata una copia ad opera del pittore Antonio Verni (1798).

L’attuale copia dell’originaria pala d’altare attribuita a L. Carracci

Sulla navata di destra possiamo osservare due cappelle:

  • la prima è dedicata a San Pellegrino, santo protettore dell’illustre casata degli Erbolani
  • la seconda conserva un paliotto bolognese (pannello decorativo dell’altare) in scagliola datato 1681 ed un’ancona in stucco del ‘700

Nella cappella di sinistra possiamo invece osservare:

  • un Crocefisso e un’Addolorata di fine ‘600, entro stucchi del ‘700
  • il battistero in marmo con tempietto ligneo del ‘600
  • una tela con il battesimo di Cristo del 1659

La pieve di Semelano è visitabile durante le funzioni religiose del sabato pomeriggio e con visita guidata curata dal gruppo FAI dell’Appennino modenese ogni anno in occasione delle Giornate del FAI (primaverili e autunnali).

LA QUERCIONA (la querzòna)

A Semelano esisteva una quercia secolare, la c.d. querzòna (querciona), di ben 6 m di circonferenza. Sopravvissuta ai danni della guerra non sopravvisse all’incuria umana. Negli anni ’60 del secolo scorso per liberarla da un’infestazione di formiche alcuni ragazzi del luogo le diedero fuoco (!) e anche se le fiamme furono domate dai Vigili del Fuoco accorsi sul posto direttamente da Modena, il tronco e la stabilità ne rimasero fortemente compromessi. Poco tempo dopo, a causa di un violento temporale, parte del tronco si spezzò, cadendo a terra e per questione di pubblica sicurezza si decise di abbatterla definitivamente.

Al suo posto ne venne piantata un’altra: la quercia che si può osservare tuttora.

A memoria della querzòna rimane un tamponamento nel muro di cinta del giardino della Pieve, occupato originariamente dal tronco secolare. Se lo osservate da vicino avrete un’idea dell’imponenza di tale albero.

La quercia attuale
Il tamponamento del muro, il cui spazio era occupato originariamente dal tronco secolare della querzòna

CA’ DEL DUCA (XII sec.)

La denominazione “Ca’ del Duca” fa riferimento al Duca d’Este, Ercole III, signore delle terre locali.

Di grande interesse storico ed architettonico, con il caratteristico portale ad arco a sesto acuto, tale edificio è stato purtroppo alterato da una ristrutturazione e un intervento di sopraelevazione che ne hanno modificato l’aspetto antico (originariamente il tetto aveva copertura a due falde ed esisteva un unico portale di ingresso).

Per vederlo dovete percorrere la strada che porta a Montalto Vecchio (n. 3953), imboccandola dal quadrivio all’ingresso del paese.

Ca’ del Duca (XII secolo)

IL MULINO

Lungo Via Pescaroggio (nn. 555 e 559) una strada sterrata scende verso valle e dopo una passeggiata di circa una ventina di minuti si raggiunge il mulino di Semelano.

La presenza dell’acqua accompagna per buona parte del tragitto che si conclude davanti alla ruota verticale dell’impianto, ancora in ottimo stato di conservazione.

RISTORANTI e B&B

IL RIFUGIO DIVINO [chiuso]

Ristorante e B&b a Semelano di sotto, con un ampio giardino e camere in stile tradizionale, alcune dotate anche di romanticissimo camino. Cucina tradizionale e genuina.

  • Dove: via Pescaroggio 150, Semelano di Montese (MO)
  • Contatti: 059 98 66 30 – 333 17 36 342 – info@rifugiodivino.it 
  • Qui il profilo Airbnb

BERTOCCHI

Il piccolo borgo di Bertocchi (537 m s.l.m) dista circa 7 chilometri dal capoluogo Montese (MO) e si trova, insieme a Semelano e Montalto, nel comparto sud del comune, al confine con il territorio di Zocca (MO).

E’ la più piccola frazione di Montese, circondata da pascoli e campi, e deve probabilmente il suo nome ad un’antica famiglia locale.

La chiesa di S. Antonio da Padova

La chiesa di Sant’Antonio da Padova (XIX sec.) costituisce il fulcro della borgata mentre in località Baldiola (o Badiola) si trova un piccolo oratorio munito di campanile, dedicato alla B.V. Ausiliatrice e risalente nel suo primo impianto alla prima metà del XVII secolo. L’oratorio della Badiola è caratterizzato da un avamportico con accesso frontale e due laterali; sulla facciata conserva una nicchia con una formella di ceramica raffigurante la Madonna con Bambino e all’interno un affresco del XVII sec. che ritrae la Vergine con Bambino benedicente.

FESTE

La festa parrocchiale dei Bertocchi è l’evento che apre la stagione estiva di sagre e intrattenimenti locali. Si tiene intorno alla metà di maggio con stand gastronomici, musica dal vivo e grande voglia di fare festa!

PER APPROFONDIRE

IL TREBBO – ASSOCIAZIONE CULTURALE

Come spiegano sul proprio sito, la parola trébbio (dial. trébbo) è un sinonimo di trivio (incontro di tre strade) e ha come secondo significato figurato quello di intrattenimento di amici, crocchio di persone ferme a conversare sulla vita. Una bella parola quindi per denominare un’associazione culturale e il crocevia di idee e di opinioni che da essa nascono.

L’Associazione Il Trebbo è un gruppo culturale del territorio di Montese, attivo sin dal lontano 1988.

Con l’attiva collaborazione della popolazione e dell’amministrazione locale, esso si prefigge di valorizzare e tenere vivo il patrimonio materiale e immateriale di questo tratto di Appennino, attraverso pubblicazioni monografiche, notiziari periodici, incontri e conferenze, attività di manutenzione di luoghi ed edifici di interesse collettivo. Piuttosto intenso e significativo per i risultati prodotti è l’impegno indirizzato verso l’attività museale, con la promozione e l’organizzazione periodica di mostre e percorsi espositivi. Notevole è stata la realizzazione dell’allestimento e l’eccellente gestione (tutta a base volontaria) del Sistema museale di Iola di Montese, che in tempi recenti ha avuto il riconoscimento di Museo di Qualità dall’Istituto dei Beni Artistici Culturali e Naturali della Regione E-R (IBACN).

Qui potete trovare l’elenco completo delle pubblicazioni monografiche curate dal gruppo e le principali attività svolte finora. Le monografie sono dedicate a temi di interesse locale legati alla seconda guerra mondiale, alle tradizioni culturali, gastronomiche, orali e al patrimonio storico-artistico e architettonico del territorio e possono essere acquistate online al link sopracitato o presso il bookshop del museo di Iola oppure in occasione di incontri e presentazioni sul territorio.

Il gruppo culturale si occupa anche della pubblicazione del periodico di informazione locale Montese Notizie: qui potete trovare la raccolta di questa rivista quadrimestrale a partire dal 1994.

MAGGIORI INFORMAZIONI

IL PARMIGIANO REGGIANO

Tre ingredienti all’apparenza semplicissimi: latte, caglio e sale.

E, a fare la differenza, la mano dell’uomo, del casaro.

LA PRODUZIONE E IL DISCIPLINARE

Il Consorzio del Parmigiano Reggiano stabilisce un disciplinare dalle regole rigorose per la produzione e la stagionatura di questo formaggio dalla storia quasi millenaria. I frequenti controlli effettuati sul latte destinato alla sua produzione ne garantiscono la genuinità e l’assenza assoluta di conservanti e additivi.

I territori di produzione sono limitati esclusivamente alle province di Parma, Reggio Emilia e Modena, parte della provincia di Bologna (a sinistra del fiume Reno) e parte della provincia di Mantova (a destra del fiume Po).

Il processo di alimentazione delle bovine è strettamente regolamentato e prevede solo foraggi prodotti in quest’area, che non siano insilati o fermentati.

Da circa 1000 litri di latte si ottengono due forme. Il latte conferito dai produttori la sera viene scremato, mentre quello conferito la mattina rimane intero: vengono mescolati nelle tipiche caldaie di rame a forma di campana rovesciata per dare inizio alla lavorazione.

Caseificio Dismano di Castelluccio di Moscheda, Montese – MO

Il processo di produzione si conclude mettendo le forme in salatura per una ventina di giorni, immergendole in una soluzione satura di acqua e sale.

Dopodiché le forme, ancora fresche, vengono messe in magazzino su scaffalature di legno, dove inizia il processo di stagionatura per almeno 12 mesi (il più lungo tra tutti i formaggi DOP). La forma lentamente si asciuga, creando una crosta naturale completamente edibile.

Solo al termine dei 12 mesi avverrà la selezione e la certificazione: un attento esame (“espertizzazione“), di tutte le forme da parte degli esperti del Consorzio di Tutela (i c.d. “battitori“, perché utilizzano piccoli martelli per battere le forme e capire dal suono se esistono difetti interni) permetterà di confermarne lo “status” di Parmigiano Reggiano, apponendovi il marchio a fuoco della Denominazione di Origine Protetta (DOP).

Le forme con difetti di lieve o media entità (che non ne compromettano le caratteristiche organolettiche) prendono invece il nome di “Parmigiano Reggiano Mezzano” e le potrete riconoscere dalla tipica crosta “rigata”, segni che vengono impressi in maniera indelebile ma che ugualmente conservano il marchio della DOP.

Le forme con difetti rilevanti verranno invece private di tutte le marchiature (le inconfondibili scritte a puntini) e potranno essere vedute “fresche” senza alcun riferimento al Parmigiano Reggiano.

La presenza di vari bollini colorati aiuta a identificare la varie stagionature: oltre 18, oltre 22, oltre 30 mesi.

PROGETTO QUALITA’ “PRODOTTO DI MONTAGNA”

Con l’obiettivo di sostenere il valore aggiunto del Parmigiano Reggiano prodotto in montagna è stata introdotta dal Consorzio una valutazione aggiuntiva da effettuarsi al 24° mese di stagionatura che conferisce il marchio “Parmigiano Reggiano Prodotto di Montagna”.

Per ottenerlo devono essere localizzati in territorio di montagna:

  • gli allevamenti che forniscono il latte
  • il 60% dell’alimentazione delle bovine
  • la sede dei caseifici di trasformazione
  • la sede della stagionatura dei primi 12 mesi .

L’incremento della produzione e la necessità di conservare le forme in queste zone di montagna ha portato, a ottobre 2019, all’inaugurazione a Montese del nuovo Magazzino Generale per la stagionatura del Parmigiano Reggiano (della Società reggiana GEMA Magazzini Generali), una struttura di circa 7500 mq con una capacità di 170.000 forme.

Qui vengono prese in carico le forme direttamente dai produttori ed accompagnate a divenire forme di Parmigiano Reggiano, assicurando la continuità della filiera certificata con ambienti a temperatura, umidità ed areazione controllata, come previsto dal disciplinare del Consorzio.

Curiosità: pare che siano stati i monaci Benedettini del Parmense e del Reggiano a dare avvio nel Medioevo alla produzione di queste forme dalla lunga stagionatura.

Tutti gli anni in primavera ed autunno è possibile visitare i caseifici, scoprendo in presa diretta il mondo del Parmigiano Reggiano, attraverso l’iniziativa “Caseifici Aperti”.

I CASEIFICI DEI DINTORNI

CASEIFICIO DISMANO- vendita anche online

COOPERATIVA CASEARIA BELVEDERE (“DAL CONTADINO”)

CASEIFICIO “PIEVE ROFFENO”

CASEIFICIO SOCIALE CANEVACCIA

CASEIFICIO SOCIALE DI QUERCIOLA

  • Dove: loc. Macchiarelle, Querciola – BO
  • Info: 0534 56 064

CASEIFICIO SOCIALE “FIORDILATTE” – vendita anche online

RICETTE:

www.parmigianoreggiano.com/it/cucina-ricette/

PER APPROFONDIRE:

ANTICO MULINO DELLE COVERAIE (MASERNO)

“Benvenuto chiunque tu sia e alla tua sete di conoscenza. Se varcherai questa soglia antica, ti troverai in un tempo lontano. Al di là di essa vi è infatti un luogo per secoli abitato che ora però è privo dei suoi palpiti di vita: profumi e suoni l’hanno abbandonato, inghiottiti dal lento scorrere degli anni. Ad aspettarti son rimasti sol gli arredi, parti silenti di questo mondo antico e dormiente che tu però potrai risvegliare se dalle tue emozioni ti farai guidare.”

la proprieta’ del mulino delle coveraie
L’ingresso del mulino e la sig.ra Valeria, attuale proprietaria

Grazie alla passione e alla dedizione della signora Valeria, di suo marito e del loro figlio Flavio è stato preservato un pezzo di storia del territorio che permette di approfondire la conoscenza della vita dei mulini e del loro ruolo all’interno delle comunità montane.

Un gioiello nascosto del nostro Appennino che vale assolutamente la pena visitare se passate da queste parti. E’ aperto su appuntamento e vi consiglio di prendervi tutto il tempo necessario per respirare l’atmosfera del luogo e lasciarvi trasportare dalla narrazione di Valeria e di Flavio.

L’impianto originario del Mulino delle Coveraie risale al XVII secolo ed è attualmente inserito in un edificio ristrutturato ed ampliato a più riprese nel corso dei secoli, ora adibito a piccolo museo e ad abitazione privata. La forza motrice gli derivava dal ruscello omonimo (il c.d. fosso delle Coveraie) che, pur avendo perso molto della sua portata, ancora oggi si può sentire scorrere nei pressi.

La particolarità di questo mulino è data da una delle due ruote idrauliche, lignee, verticali e a cassette, che in passato azionavano le quattro macine (ora non più in funzione): si tratta di una ruota dal diametro di ben 8 metri che potrete ammirare – nel suo aspetto originario, in esterno, sul fianco dell’edificio.

Curiosità: il toponimo Coveraie deriva probabilmente dal lat. Cavus rarus, in riferimento alla presenza nel territorio di grotte ed inghiottitoi, tra i quali la leggenda narra che ve ne sia uno che raccoglie un grande lago ipogeo.

Molto interessante è la conservazione di due ambienti che riproducono il laboratorio di un fabbro e di un falegname con gli attrezzi del mestiere.

Prima di lasciare questo posto incantato non dimenticatevi di fare un salto nel piccolo negozietto con prodotti tipici locali realizzati direttamente in loco, ideali per caratteristici souvenir e palati raffinati.

INFORMAZIONI

MUSICA & FOLKLORE

A Riva di Biscia sono ambientati due bellissimi video de “La Vaporiera Orchestra e Street Band“, progetto locale di valorizzazione e diffusione della tradizionale musica da ballo montanara (ne parlo qui):

PER APPROFONDIRE LA STORIA DEI MULINI

LA GROTTA DI LABANTE

Nei pressi di Castel d’Aiano si trova un sito speleologico di grande rilievo, la Grotta di Labante, Sito d’Interesse Comunitario (SIC) in quanto si tratta della grotta primaria di travertino più grande d’Italia e forse del mondo. Il sistema carsico di Labante si estende infatti per circa 54 m, quando solitamente queste cavità non superano i 4-5 m di lunghezza.

Il suo fascino deriva inoltre dalla presenza della cascata che lo sovrasta, alimentata dalla sorgente di San Cristoforo, la stessa che nei millenni ha dato origine alla cavità e che continua ad accrescere il profilo roccioso di anno in anno, trasportando e sedimentando i depositi calcarei che lo formano.

Intorno alla grotta sono rimaste attive per anni cave di estrazione di travertino, utilizzato come materiale da costruzione già dagli Etruschi di Kainua (Marzabotto – BO): la stessa Chiesa di San Cristoforo che si trova proprio sopra la grotta è stata creata con blocchi di questo materiale.

Una curiosità: tra i due ingressi della grotta vi sono degli accumuli di piccoli ciottoli bianchi arrotondati ed estremamente levigati. Sono le c.d. pisoliti dette anche “perle di grotta”, concrezioni di carbonato di calcio.

La grotta di Labante è situata al centro di una magnifica area verde all’interno della quale è possibile effettuare camminate ed escursioni alla scoperta del territorio di Castel d’Aiano, approfittando della recente opera di risistemazione sentieristica avvenuta ad opera del CAI, del Comune e dell’Associazione Trekking Horse (cartina con 380 km di sentieri).

Per approfondire:

ROCCA E PIEVE DI ROFFENO

Rocca di Roffeno e Pieve di Roffeno distano pochi minuti l’una dall’altra ma mentre la prima fa parte del Comune di Castel d’Aiano, la seconda è sotto l’amministrazione del Comune di Vergato, entrambi comunque in provincia di Bologna.

ROCCA DI ROFFENO E LE CASI TORRI

Antico feudo di Matilde di Canossa al confine tra territorio bolognese e modenese, fu sempre oggetto del contendere tra lo Stato Pontificio e il Ducato. A testimonianza di questi dissidi vi sono ancora oggi le bellissime case-torri:

  • Torre Jussi (Serra Sarzana): l’edificio principale risale al ‘600 ed è costituito da diversi corpi di fabbrica collegati ad una massiccia torre che presenta pregevoli finestre in arenaria. A monte del complesso padronale si trova un piccolo oratorio seicentesco.
  • Torre del Monzone: probabilmente sede dell’originario castello di Roffeno o comunque parte, insieme a quella del Poggiolo, della sua rete difensiva; in tempi più recenti – tra 1934 e 1938 – fu abitata dal pittore bolognese Giorgio Morandi che qui dipinse una trentina delle sue opere. Risale alla fine del’200-inizi del ‘300 e conserva traccia della mura e un vasto portone d’accesso, oltre alla residenza padronale cinquecentesca adiacente alla torre.
  • Torre de Il Poggiolo: situata nei pressi del Monzone, risale al ‘500 e si impone per la sua mole difensiva a pianta quadrata e coperto a quattro falde.
  • Civetta: pregevole edificio risalente ai primi decenni del 1300.
  • Lavacchio: torre cinquecentesca con un bel portale in conci d’arenaria finemente bugnati.
  • Rocca di Roffeno: l’originario castello era descritto nel 1244 come costituito da una torre, un cassero, un cortile con attorno edifici di abitazione. Si trovava vicino alla chiesa di San Martino e potrebbe essere identificato con la Torre del Monzone.
  • La Palazzina: al suo stato attuale è databile alla prima metà del ‘700 ma l’impianto è sicuramente anteriore.
  • Casa Landi: di rilievo la massiccia torre a pianta quadrata datata al 1500 con il pregevole portale ad arco a sesto acuto.
  • La Valle: agglomerato di più abitazioni in discreto stato di conservazione, tra cui spicca la casatorre cinquecentesca.

PIEVE DI ROFFENO E LA ROMANTICA CORTE MEDIOEVALE

La pieve di San Pietro di Roffeno è una delle più antiche della diocesi di Bologna e una delle poche a conservare ancora traccia dell’impianto romanico (XII secolo). Al suo interno degno di nota è il fonte battesimale in arenaria di foggia longobarda (VII secolo), appartenente all’impianto preesistente della chiesa e decorato da un fregio di delfini. Di recente è stata interamente restaurata.

Pieve di San Pietro di Roffeno

Di particolare interesse è la torre adiacente, posta a difesa della corte, e l’edificio con un ballatoio in legno che ricalca i portici cittadini medioevali. Tale complesso, al quali si accede attraverso un portale ad arco a sesto acuto, è da ascriversi al XIV-XV secolo (v. sotto).

AGRITURISMI E RISTORANTI

AGRITURISMO ANTICA PIEVE

Prende il nome dall’antica pieve di S. Pietro di Roffeno, accanto alla quale sorge, all’interno di una corte medievale deliziosa. Anche gli interni vi stupiranno e la cucina si farà ricordare.

AGRITURISMO LA ROCCHETTA

Agriturismo immerso nel bosco con ottima cucina tradizionale. Allevamento biologico di suini di razza mora romagnola e possibilità per grandi e piccini di visitarlo per soddisfare ogni domanda su questa antica razza suina.

I maialini di razza Mora Romagnola

LA FENICE – CENTRO AGRITURISTICO

Ricavato da un antico borgo del 1500, si tratta di un vero e proprio agriturismo con azienda agricola annessa e possibilità di acquisto dei prodotti. Ottima ristorazione e pernottamento con tante diverse soluzioni.

MAGGIORI INFORMAZIONI

www.roccadiroffeno.it

www.bolognawelcome.com