ROCCA E PIEVE DI ROFFENO

Rocca di Roffeno e Pieve di Roffeno distano pochi minuti l’una dall’altra ma mentre la prima fa parte del Comune di Castel d’Aiano, la seconda è sotto l’amministrazione del Comune di Vergato, entrambi comunque in provincia di Bologna.

ROCCA DI ROFFENO E LE CASI TORRI

Antico feudo di Matilde di Canossa al confine tra territorio bolognese e modenese, fu sempre oggetto del contendere tra lo Stato Pontificio e il Ducato. A testimonianza di questi dissidi vi sono ancora oggi le bellissime case-torri:

  • Torre Jussi (Serra Sarzana): l’edificio principale risale al ‘600 ed è costituito da diversi corpi di fabbrica collegati ad una massiccia torre che presenta pregevoli finestre in arenaria. A monte del complesso padronale si trova un piccolo oratorio seicentesco.
  • Torre del Monzone: probabilmente sede dell’originario castello di Roffeno o comunque parte, insieme a quella del Poggiolo, della sua rete difensiva; in tempi più recenti – tra 1934 e 1938 – fu abitata dal pittore bolognese Giorgio Morandi che qui dipinse una trentina delle sue opere. Risale alla fine del’200-inizi del ‘300 e conserva traccia della mura e un vasto portone d’accesso, oltre alla residenza padronale cinquecentesca adiacente alla torre.
  • Torre de Il Poggiolo: situata nei pressi del Monzone, risale al ‘500 e si impone per la sua mole difensiva a pianta quadrata e coperto a quattro falde.
  • Civetta: pregevole edificio risalente ai primi decenni del 1300.
  • Lavacchio: torre cinquecentesca con un bel portale in conci d’arenaria finemente bugnati.
  • Rocca di Roffeno: l’originario castello era descritto nel 1244 come costituito da una torre, un cassero, un cortile con attorno edifici di abitazione. Si trovava vicino alla chiesa di San Martino e potrebbe essere identificato con la Torre del Monzone.
  • La Palazzina: al suo stato attuale è databile alla prima metà del ‘700 ma l’impianto è sicuramente anteriore.
  • Casa Landi: di rilievo la massiccia torre a pianta quadrata datata al 1500 con il pregevole portale ad arco a sesto acuto.
  • La Valle: agglomerato di più abitazioni in discreto stato di conservazione, tra cui spicca la casatorre cinquecentesca.

PIEVE DI ROFFENO E LA ROMANTICA CORTE MEDIOEVALE

La pieve di San Pietro di Roffeno è una delle più antiche della diocesi di Bologna e una delle poche a conservare ancora traccia dell’impianto romanico (XII secolo). Al suo interno degno di nota è il fonte battesimale in arenaria di foggia longobarda (VII secolo), appartenente all’impianto preesistente della chiesa e decorato da un fregio di delfini. Di recente è stata interamente restaurata.

Pieve di San Pietro di Roffeno

Di particolare interesse è la torre adiacente, posta a difesa della corte, e l’edificio con un ballatoio in legno che ricalca i portici cittadini medioevali. Tale complesso, al quali si accede attraverso un portale ad arco a sesto acuto, è da ascriversi al XIV-XV secolo (v. sotto).

AGRITURISMI E RISTORANTI

AGRITURISMO ANTICA PIEVE

Prende il nome dall’antica pieve di S. Pietro di Roffeno, accanto alla quale sorge, all’interno di una corte medievale deliziosa. Anche gli interni vi stupiranno e la cucina si farà ricordare.

AGRITURISMO LA ROCCHETTA

Agriturismo immerso nel bosco con ottima cucina tradizionale. Allevamento biologico di suini di razza mora romagnola e possibilità per grandi e piccini di visitarlo per soddisfare ogni domanda su questa antica razza suina.

I maialini di razza Mora Romagnola

LA FENICE – CENTRO AGRITURISTICO

Ricavato da un antico borgo del 1500, si tratta di un vero e proprio agriturismo con azienda agricola annessa e possibilità di acquisto dei prodotti. Ottima ristorazione e pernottamento con tante diverse soluzioni.

MAGGIORI INFORMAZIONI

www.roccadiroffeno.it

www.bolognawelcome.com

RONCHIDOSO E LA BRIGATA GIUSTIZIA E LIBERTA’

Ronchidoso (1044 m s.l.m.) è oggi un luogo di grande quiete, totalmente immerso nel silenzio dei boschi, sosta piacevole per un pic-nic e meta di rigeneranti passeggiate nella natura. Durante la 2° Guerra Mondiale fu invece teatro di una sanguinosa rappresaglia tedesca, una delle tante che videro soccombere civili innocenti (il c.d. eccidio di Ronchidoso – 29 settembre 1944).

Il santuario che sorge qui è dedicato alla Madonna degli Emigranti e si trova proprio sul crinale che, a partire dall’estate del 1944, fu fortificato dai tedeschi a difesa dell’avanzata alleata da sud.

L’oratorio venne eretto agli inizi del 1900 dal parroco di Gaggio Montano e, a seguito dei gravi danni causati dai bombardamenti della guerra, venne ampiamente ricostruito.

Fu qui, nei locali del santuario, che nel giugno del 1944 si costituì una delle Brigate Giustizia e Libertà, formazioni partigiane che, ispirate all’omonimo movimento politico anti-fascista e repubblicano nato a Parigi nel 1929, operarono tra il ’43 e il ’45 con l’obiettivo di sconfiggere l’Asse.

Curiosità: il territorio di Ronchidoso appartiene in parte al Comune di Gaggio Montano (BO) e in parte a quello di Montese (MO). Il santuario venne eretto appositamente sul confine come simbolo e auspicio di amicizia tra i popoli.

“Questa è la storia di una piccola brigata di montagna, che conobbe la fame e i rastrellamenti, le estenuanti guardie del fronte e le lunghi notti sotto la pioggia, con le cime dei faggi per riparo, che ebbe sei morti e una medaglia d’oro, che procurò tanti guai ai tedeschi, e che vive cara nel ricordo di molti italiani. E’ la storia della brigata Giustizia e Libertà, di cento ragazzi e un capitano che tornarono soldati, perché bisognava far così. Non avevano caserma né rancio, né armi né scarpe, ma a loro bastava un pezzo di pane. Dormivano tra gli abeti e i fucili andarono a cercarseli.”

ENZO BIAGI, I QUATTORDICI MESI. LA MIA RESISTENZA

La Brigata Giustizia e Libertà Montagna operò nei comuni di Gaggio Montano, Castel d’Aiano, Porretta Terme e Lizzano in Belvedere. Forte di oltre 200 combattenti, prese parte a quasi tutti i combattimenti che si svolsero sull’Appennino tosco-emiliano nell’estate 1944 e alla fine di settembre liberò la zona di Gaggio Montano. Successivamente, nell’ottobre 1944 attraversò il fronte e venne equipaggiata e rimessa in linea insieme all’esercito alleato. Entrò a Bologna il 21 aprile 1945 a fianco dei bersaglieri e dei fanti del Gruppo di Combattimento “Legnano”. Per tutta la guerra fu comandata da Pietro Pandiani, “Capitan Pietro” (Medaglia d’argento al V.M.) e tra i suoi combattenti vi fu anche Enzo Biagi, originario del paese di Pianaccio (Lizzano in Belvedere – BO).

Era l’inizio del 1944. Presi una decisione, fondamentale, poi, per tutta la mia vita: andare coi partigiani. […] Decisi di raggiungere le mie parti tra i boschi dell’Appennino tosco-emiliano, sapevo che era zona di partigiani, non avevo un nome, non avevo un punto di riferimento, insomma non conoscevo nessuno. Avevo la volontà di fare qualche cosa che ritenevo utile per la mia gente, per il mio Paese e anche per me.”

Enzo Biagi, I quattordici mesi. la mia resistenza

PER APPROFONDIRE

IL CASTAGNETO SECOLARE DI MALALBERGO (CASTELLUCCIO DI MOSCHEDA)

Dalla strada provinciale 34, all’altezza del Caseificio Dismano, una strada si inerpica in mezzo al bosco: via Malalbergo che, a dispetto del nome, porta ad un luogo di grande suggestione. Si tratta di un castagneto secolare che si può raggiungere anche facendo una bella passeggiata a piedi, partendo dal Santuario degli Emigranti di Ronchidoso ed imboccando il sentiero 440/4 e svoltando sul 446.

Il Castagneto di Malalbergo è uno dei più antichi e meglio conservati del territorio, si estende per circa 1,5 ha e comprende quasi una trentina di esemplari di castagni. Due di essi (di altezza di 20 m e circonferenza tronco di circa 6 m) sono stati anche inseriti nella Banca Dati degli alberi monumentali della Regione Emilia-Romagna.

Attualmente si stima che gli esemplari più antichi abbiano circa 450 anni ma ve ne erano altri ancora più antichi che in passato sono stati abbattuti e di cui rimane oggi traccia solo nelle ceppaie.

La presenza di castagneti nel territorio di Montese è infatti attestata fin dal X secolo (1048) ed ebbe uno straordinario sviluppo fino al secondo dopoguerra.

Secondo la tradizione fu la contessa Matilde di Canossa a dare impulso allo sviluppo della castanicoltura nelle aree appenniniche, capendo l’estrema importanza della coltivazione del castagno (in un’epoca in cui la patata ancora non era ancora stata importata dalle Americhe) come base per la sussistenza delle popolazioni montane. Furono create aree dedicate e aumentate le piante messe a dimora, adottando un criterio agronomico detto a “sesto matildico” (a sua volta derivazione di quello romano a “quinconce”) che prevedeva file di alberi sfalsate, andando a creare una sorta di griglia romboidale.

E’ probabile che anche il primo impianto del castagneto di Malabergo risalga all’epoca matildica: esso infatti conserva il suddetto schema, con una distanza tra le piante di 10-12 piedi, come raccomandava anche l’agronomo bolognese Pier de’ Crescenzi.

Guardando questi imponenti castagni si può solo intuire l’importanza della coltura della castagna, base per la sussistenza di queste comunità montane per secoli.

Curiosità: i castagneti più antichi di cinque nazioni europee (Italia, Grecia, Francia, Spagna e Portogallo) sono riuniti in un itinerario ideale denominato “Strada Europea del Castagno” che arriva anche in questo territorio appenninico e che vedrete spesso segnalato.

PER APPROFONDIRE:

Museo del Castagno di Zocca: collocato all’interno del medievale Ospitale di San Giacomo della Dozola è costituito da tre sale tematiche che ospitano rispettivamente una mostra fotografica, gli antichi attrezzi degli agricoltori, gli oggetti domestici utilizzati per lavorare e conservare le castagne nonché un esplicativo modellino di essiccatoio.

Il museo è dedicato anche alla fauna e alla flora del territorio con bellissimi diorami che faranno impazzire i bambini e possiede un’intera sezione dedicata alle tradizioni gastronomiche locali di tigelle (crescenti), borlenghi e ciaci.

Un omaggio ad uno degli animali selvatici tipici della zona: si trova sulla destra appena imboccata via Malalbergo

RIVA DI BISCIA (MASERNO)

“Prima di allora a Cinìn non era mai capitato di perdere una bestia […]. Cosa avesse spinto i lupi ad assalirle non era mai riuscito a capirlo […], fatto sta che le avevano ammazzate, e che lui non era là a fare la guardia. Era alla Riva, a vedere le figure. Da più di un mese non sentiva parlare d’altro. Fra i bovari, i pastori, i contadini, era un continuo discorrere di quella meraviglia. Quando due si incontravano, invece di darsi il buongiorno o la buonasera, si chiedevano: “L’e-t véste? E-t piésne e’ figur?” E giù commenti, esclamazioni stupite, bestemmie di approvazione, perché le figure piacevano proprio a tutti. Gli angeli avevano fatto colpo. Ragazzone così belle da quelle parti non le avevano mai viste. Non avevano mai visto nemmeno una pittura. Su quel versante del Panaro le chiese, dentro, erano intonacate, ma nude.

Marco santagata, il maestro dei santi pallidi
L’esterno dell’oratorio di Riva di Biscia

Riva di Biscia è una piccola borgata facente parte della frazione di Maserno, da cui si raggiunge imboccando la strada che porta alla fondovalle e alla località di Montespecchio (via Riva).

A partire dal 1200 è documentata la presenza di un castello, distrutto nel 1523 per via di un’aspra battaglia originata dalla ribellione della popolazione locale alle continue scorrerie del ghibellino Domenico Morotto delle Carpinete, rimasto ucciso sul campo.

Del castello è sopravvissuto solo l’oratorio, il più antico del Comune di Montese (metà del 1300) e che merita sicuramente una visita.

Chiedete le chiavi a uno degli abitanti e visitatene l’interno dove potrete ammirare il ciclo di affreschi tardo medievali più antico del territorio modenese (1430), opera di un maestro ignoto e di pregevole fattura.

L’interno dell’oratorio di San Sebastiano con il ciclo di affreschi tardo-medievali

Sulla parte di fondo è raffigurato il Crocifisso con la Madonna, San Giovanni Battista e i committenti inginocchiati; sulla volta il Cristo Pantocratore con le raffigurazioni dei quattro Evangelisti; sulle pareti laterali San Cristoforo e due Madonne con il Bambino.

Di rilievo anche il campanile a vela di fronte all’oratorio, fatto costruire dalla popolazione locale nel 1530 sulle fondamenta della torre distrutta.

Il campanile a vela di Riva di Biscia (retro)

PRODOTTI TIPICI: L’AZIENDA AGRICOLA “DAL CONTADINO”

Sulla stessa via Riva che porta alla borgata si incontra (sulla destra provenendo da Maserno) l’Azienda Agricola Dal Contadino. Qui troverete applicato il vero e tanto agognato concetto di km zero!

In una bella e curata cornice naturale è infatti possibile acquistare ortaggi, frutta, latticini (gli yogurt e la panna cotta sono una delizia, la ricotta va a ruba), uova (da galline allevate davvero a terra), salumi, marmellate e ovviamente le eccellenze di questo territorio, il Parmigiano Reggiano di Montagna e la Patata di Montese.

La chioccia con i pulcini

Gli ortaggi sono coltivati direttamente e vengono prelevati dall’orto al momento dell’acquisto (una buona occasione anche per imparare le stagionalità dei vari prodotti) e anche i latticini sono di produzione locale, ottenuti con il latte delle mucche che potrete osservare al pascolo nei campi lungo la strada.

Il punto vendita è fornitissimo e, cosa importante, è sempre aperto (tranne il mercoledì) con orario continuato dalle 8.30 alle 19.00. Sul loro sito è inoltre possibile acquistare online.

Per alcuni prodotti come frutta, verdura e uova, la cui disponibilità è variabile, conviene contattarli in anticipo per chiedere se sia possibile riservarli.

Bestiame al pascolo dell’Azienda Agricola “Dal Contadino” tra Maserno e Riva di Biscia

SENTIERI

Poco prima di raggiungere il borgo di Riva di Biscia, partendo da Maserno, sul lato destro della strada si incontra un lavatoio: è la località denominata Ca’ di Grazia e da qui si imbocca il sentiero 436 con prima destinazione il Mulino di Mamino (proseguendo si arriva al borgo di S.Martino e da lì a Montese). Vai qui se desideri approfondire il tema dei mulini.

MUSICA & FOLKLORE

A Riva di Biscia sono ambientati due bellissimi video de “La Vaporiera Orchestra e Street Band“, progetto locale di valorizzazione e diffusione della tradizionale musica da ballo montanara (ne parlo qui):

IL LIBRO

Ispirato da questi affreschi e da questi luoghi è il romanzo “Il maestro dei santi pallidi” di Marco Santagata, Ed. Guanda, 2015

PER APPROFONDIRE

AA.VV., Di casa in casa. Per le vie delle frazioni di Montese, vol. II, 2019

MONTEFORTE (MASERNO)

“Il sole tramontó quando arrivó sotto le mura di Monteforte. Alcune casette di legno si addossavano alla roccia sulla quale si ergeva il castello. La muraglia girava tutt’intorno con merli e torri di guardia. Era compatta, solida. Si capiva che Monteforte era stato una temibile fortificazione militare. “

MARCO SANTAGATA, IL MAESTRO DEI SANTI PALLIDI

In antichità era sede di un borgo fortificato (probabilmente del X secolo) di notevole importanza per via della posizione strategica di controllo del territorio. Di tale complesso oggi rimangono alcuni resti di mura, la porta a sesto acuto su cui venne costruito un campanile a vela (XVI secolo) e l’oratorio di S. Antonino.

L’oratorio, edificato nel XII secolo, presenta affreschi risalenti alla metà del XV secolo (una Madonna con bambino, i santi Antonino – protettore del luogo – e Barbara -protettrice dei castelli; Cristo Pantocratore e gli Evangelisti alati Luca e Marco).

Intorno ai primi decenni del XVII secolo l’originaria parrocchia di Monteforte fu ridotta a semplice oratorio e parte del suo territorio fu inglobato nella nascente parrocchia di Iola.

SENTIERI

Monteforte è anche raggiungibile a piedi attraverso diversi itinerari nella natura:

PER APPRONDIRE

AA.VV., Di casa in casa. Per le vie delle frazioni di Montese, vol. II, 2019

MONTEBELVEDERE (1140 m slm)

Visuale sul Cimone e l’alto crinale appenninico dal Monte Belvedere

Raggiungere la sommità di questo monte è la piacevole scusa per intraprendere una breve escursione che dal centro del paese di Castelluccio vi porterà a godere di una bellissima ed ampia veduta e riscoprire una pagina di storia recente.

Il Monte Belvedere fu infatti teatro nell’ultima guerra di aspri combattimenti tra il fronte nord dell’occupazione tedesca e quello sud dell’avanzata degli alleati: qui correva un tratto della Linea Gotica (in realtà la linea più arretrata di essa, la c.d. Linea Verde II), ossia l’imponente sistema difensivo creato dalla Wehrmacht per arrestare l’avanzata delle forze alleate.

Il monte era infatti divenuto un importante baluardo difensivo tedesco che seppe resistere agli attacchi dei partigiani e degli alleati americani durante tutto il rigido inverno del 1944-45. Venne conquistato dai Mountaineers della 10° divisione americana da montagna il 20 febbraio 1945.

Oggi il Monte Belvedere occupa il territorio di ben tre comuni (Montese, Lizzano in Belvedere e Gaggio Montano) e due province (Modena e Bologna).

SENTIERI

L’itinerario della memoria, così si chiama il percorso ad anello che porta a toccare uno dei tratti locali più significativi della Linea Gotica, consente di osservare le tracce delle trincee tedesche e dei bombardamenti, la chiesa di Ronchidoso e i resti del castello duecentesco di Montebelvedere.

Tale itinerario si snoda per un tratto lungo il sentiero 452 e per un tratto lungo il sentiero 440/4 e costituisce inoltre la terza e ultima tappa del Percorso Belvedere che da Marano (loc. Casona) di Modena arriva fino alla sommità di questo monte, percorrendo la dorsale appenninica che divide la valle del Panaro da quella del Reno.

IL CASTELLO DI MONTEBELVEDERE

Per la sua posizione strategica il Monte Belvedere divenne sede di un castello a partire dal 1200, di cui purtroppo oggi sopravvivono solo alcuni limitati resti. Molte leggende popolari narrano di importanti tesori nascosti dai castellani in occasione di battaglie ed assedi con le popolazioni vicine, così da evitarne l’appropriazione da parte del nemico di turno.

Proprio su una di queste storie si basa la c.d “Leggenda di Oliva”, una delle più famose ed inquietanti narrazioni popolari locali.

LA LEGGENDA DI OLIVA

Durante la lotta con la popolazione di Sestola e proprio con l’intento di evitare che in caso di sconfitta i loro più preziosi beni finissero nelle mani degli avversari, gli abitanti di Monte Belvedere li nascosero, affidandoli nientemeno che al Diavolo in persona.

Questi pose una condizione per la restituzione del prezioso tesoro: lo avrebbe ceduto a chi gli avesse procurato una donna incinta che avesse avuto il nome di una pianta.

Per lungo tempo il tesoro rimase nascosto, fino a quando si venne a sapere di una giovane donna che si era da poco trasferita in zona con il marito e un figlio piccolo: si chiamava Oliva ed era incinta.

Approfittando dell’assenza del marito, lontano da casa per lavoro, e con il favore del buio, un gruppo di malintenzionati rapì la donna, consegnandola al Demonio presso il Monte Belvedere. Vedendo che le condizioni erano state rispettate il Diavolo afferrò la donna, pronto a volare nel proprio regno, ma la vista improvvisa dello scapolare con l’immagine della Madonna che Oliva indossava sotto la veste lo fece inorridire. Lasciò la presa ed Oliva cadde a terra, riversa, a braccia aperte sulla cima del monte. Qui il suo corpo lasciò un’impronta a forma di croce che la tradizione popolare vuole che ancora si veda, perché non vi cresce mai l’erba.

Tale leggenda pare abbia un fondo di verità e sembra si sviluppi da fatti realmente accaduti verso la fine del XVIII secolo (1778) ossia la morte di una donna, Maria Oliva Crudeli, moglie di Paolo Lanzi, che scomparve da casa durante un’assenza del marito e fu ritrovata morta, distesa prona con addosso solo la camicia, l’immagine della Madonna e molte bruciature sul corpo.

Nel 1993 il Gruppo Culturale Il Trebbo ha autoprodotto e autofinanziato un filmato che narra tale leggenda popolare, dal titolo “Oliva, la leggenda del Monte Belvedere”. Il video è stato realizzato utilizzando come attori gli abitanti dei vari paesi del Comune di Montese e può capitare di vederlo proiettato pubblicamente in occasione di eventi dell’associazione.

LA PATATA DI MONTESE

Area di produzione della “Patata di Montese”, denominazione tutelata dal marchio “Tradizione e sapori di Modena” (dal sito www.tradizionesaporimodena.it/prodotti/patata-di-montese)

La Patata di Montese rappresenta una delle eccellenze del territorio, tanto da essere stato uno dei primi prodotti tutelati dal marchio “Tradizione e sapori di Modena” registrato dalla Camera di Commercio della città estense.

Le particolari caratteristiche del terreno che si trovano nell’area del comune di Montese hanno permesso di sviluppare ed ottenere un prodotto molto apprezzato per le proprie qualità organolettiche ed il rigido disciplinare alla base della certificazione del marchio di tutela ne garantisce costantemente l’alta qualità.

Le principali varietà coltivate sono:

  • Spunta e Monnalisa: a pasta gialla, sono compatte, sode e poco farinose, quindi adatte ad essere cucinate lesse, al forno o fritte
  • Kennebec e Majestic: a pasta bianca, sono ricche di amido con polpa farinosa che tende a sfaldarsi in fase di cottura perciò sono perfette per gnocchi, purè e sformati
  • Désirée: a pasta gialla e buccia rosa, sono eccellenti se fritte perché assorbono poco olio

Curiosità: il marchio di tutela “Patata di Montese” è stato realizzato dalla Camera di Commercio di Modena in collaborazione con il Comune di Montese, la Comunità Montana Appennino Modena Est, altri comuni dell’area, il G.A.L. (Gruppo di Azione Locale) Antico Frignano e le Associazioni agricole della zona per garantire l’origine del prodotto.

CONSERVAZIONE E RICETTE

La patata deve essere conservata in luogo fresco e buio per evitare che compaiano precocemente i germogli che ne comprometterebbero gusto e qualità. Si tratta di un prodotto davvero molto versatile che si presta ad essere protagonista di innumerevoli ricette.

PER APPROFONDIRE

LE CASTAGNE

Il castagno (Castanea sativa) è una pianta diffusa in tutta Europa e fin dall’antichità fu particolarmente apprezzata per lo sfruttamento sia dei suoi frutti sia del pregiato legname.

Nelle zone appenniniche dell’Italia settentrionale la sua coltivazione fu incoraggiata ed incrementata durante il periodo matildico (XI-XII secolo), quando la Contessa Matilde di Canossa capì l’importanza dell’utilizzo di queste piante per contribuire alla sussistenza della popolazione. Per il suo alto valore nutritivo (dato dall’alta concentrazione di zuccheri) la castagna è stata per secoli una delle principali forme di sostentamento delle comunità montane, prima che venisse introdotta la patata dalle Americhe, e un succedaneo del frumento la cui coltivazione era poco frequente in montagna.

L’Italia possiede circa 275.000 ettari di castagneti, il 20% circa dei quali si trova in Emilia-Romagna. Purtroppo sia per abbandono sia a causa di malattie che la colpiscono, questa tipicità del nostro paesaggio è fortemente minacciata, a rischio degrado e scomparsa.

Negli ultimi tempi fortunatamente si è diffusa una maggiore sensibilità sul tema e si è avviato un recupero dei castagneti abbandonati in un’ottica di cura e manutenzione del territorio (e di difesa idrogeologica), di creazione di nuovi redditi e profili lavorativi ed infine di promozione turistica eco-sostenibile e commercializzazione dei prodotti ricavati.

Castagneto secolare di Malalbergo (Castelluccio di Moscheda – Montese – MO)

Infatti, anche se oggi la castanicoltura non riveste un ruolo così centrale nell’economia montana, è fondamentale preservare il patrimonio di conoscenze e tradizioni ad essa legata e che rappresentano un tratto distintivo della cultura locale.

A questo scopo sono stati realizzati progetti con finalità didattiche come il Museo del Castagno di Zocca e il Parco Sperimentale del Castagno di Granaglione. Alcuni metati del territorio sono stati recuperati e riavviati, a tutela della produttività e come forma di valorizzazione del lavoro degli antichi castanicoltori.

I metati sono degli edifici di piccole-medie dimensioni, ad unico locale, con un soppalco a listelli dove venivano appoggiate le castagne: il calore del fuoco sottostante, che veniva mantenuto sempre acceso durante la giornata per almeno un mese, permetteva l’essiccazione dei frutti.

Se desiderate visitare un essiccatoio potete recarvi presso l’Azienda agricola e agrituristica “Il Cotto” a Montese (MO), circondata da 3 ettari di castagneti e da una marronaia di 8 mila mq: l’essiccatoio è moderno ma riprende la struttura e il funzionamento di quelli antichi. E’ anche fattoria didattica e propone diversi itinerari di laboratori e di visita storico-naturalistica, oltre alla vendita di prodotti:

 Alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, un’indagine sulle specie locali di castagni da frutto ha portato alla descrizione e alla definizione del c.d. “Marrone di Zocca”, oggi tutelato dal marchio della Camera di Commercio di Modena denominato “Tradizione e sapori di Modena”. Il Marrone di Zocca ha un colore rossiccio con striature più scure di forma ellittica. E’ una varietà medio-tardiva che viene raccolta verso la metà-fine di ottobre.

Ma qual è la differenza tra la castagna e il marrone? Come distinguerli? Non è semplicissimo. Solitamente il marrone è di dimensioni maggiori della castagna comune e al gusto è più dolce e profumato ma per un occhio non esperto è facile fare confusione. Le castagne sono un prodotto meno pregiato rispetto al marrone e mentre quest’ultimo è destinato ad essere consumato fresco, la castagna è utilizzata soprattutto come prodotto secco e per ricavarne farina.

PRODOTTI E RICETTE DELLA TRADIZIONE

Oltre alle caldarroste e alle ballotte (le castagne bollite) – magari accompagnate da un bel bicchiere di vino rosso – la castagna può essere utilizzata macinata per ricavarne una farina dolce che si presta ad un grande numero di ricette tradizionali:

  • Ciacci (o ciaci): a base di farina e acqua, sono una delle ricette culinarie più semplici ed antiche della tradizione, insieme alle crescenti e ai borlenghi. Simili a delle piccole crepes, si gustano con formaggio morbido, panna, ricotta. Si possono realizzare anche con la normale farina di grano.
  • Polenta
  • Castagnaccio: torta dolce-salata tipica della tradizione dell’Appennino tosco-emiliano
  • Risotti, frittelle, marmellate e torte varie

Non va dimenticato infine che il castagno è anche una pianta mellifera, che procura alle api una notevole quantità di nettare: il miele di castagno è un miele molto particolare, liquido, dal caratteristico colore scuro e sapore amarognolo. Se vi interessa acquistare miele e suoi derivati, un ottimo punto di distribuzione locale è l’Azienda agricola Casa Masino (via Roncola 2301, Castelluccio di Moscheda (Montese – MO) – tel. 059 98 30 52).

Curiosità: le foglie di castagno più belle e grandi venivano raccolte e conservate durante l’inverno legate fra loro per essere usate tra le tigelle, durante la cottura delle crescenti, per aromatizzarle.

ITINERARI NEL VERDE

I territori del comune di Montese e del comune di Zocca sono ricchi di aree deputate alla coltivazione delle castagne, aree che diventano luoghi suggestivi attraverso i quali fare belle e rilassanti passeggiate, alcune con itinerari strutturati:

  • il castagneto secolare di Malalbergo di Castelluccio di Moscheda (Montese – MO)
  • gli itinerari esterni al Museo del Castagno di Zocca (MO):
    • un primo, breve, percorso, dove attraverso 13 punti informativi vengono illustrate tutte le principali fasi di coltivazione e di manutenzione di questa pianta
    • un secondo, più ampio, percorso (2,5 km A/R) denominato ARTinWOOD” dove, all’interno del castagneto di Monte San Giacomo, è possibile visionare vere e proprie opere d’arte create utilizzando i castagni e votare le tre preferite utilizzando una simpatica scheda che troverete al punto di partenza dell’itinerario
Una delle tappe all’aperto del Museo del Castagno di Zocca (MO)
Il percorso ARTinWOOD nel castagneto di Monte San Giacomo di Zocca (MO)

SAGRE ED EVENTI DEDICATI

SAGRA DELLA CASTAGNA DI MASERNO (MONTESE – MO)

A celebrare questo prodotto autunnale per eccellenza pensa ogni anno la sagra della castagna di Maserno, che si tiene le ultime due domeniche del mese di ottobre. In questa occasione la piazza del paese si anima di stand eno-gastronomici, musica e produttori locali che vendono le proprie eccellenze (castagne e patate soprattutto). Nell’area dietro la chiesa viene inoltre allestito un settore di rievocazione di antichi mestieri: il coramaio, il calzolaio, l’antica osteria, l’armarolo, il tintore di tessuti… tutto dal sapore di un tempo lontano. Anche la produzione dei grassóli (ciccioli) è una delle dimostrazioni che viene presentata al pubblico, con grande effetto e curiosità.

SAGRA DELLA CASTAGNA DI ZOCCA (MO)
CASTAGNETO IN FESTA! (GRANAGLIONE – ALTORENO TERME – BO)
Locandina “Castagneto in Festa!” ed. 2019

Si tratta di un programma di più eventi, distribuiti solitamente tra maggio e ottobre, per conoscere il Parco Sperimentale del Castagno e scoprire tutta la filiera della castagna dell’Appennino tosco-emiliano, dalle sue origini fino alla sua trasformazione. L’evento autunnale di chiusura della rassegna permette di partecipare attivamente alla raccolta e, se si desidera, barattare parte del bottino con bottiglie di birra prodotte dal locale Birrificio Beltaine che utilizza le castagne per produrre varianti gustosissime e originali di questa bevanda antichissima.

PER APPROFONDIRE:

  • Marrone di Zocca nel sito del Marchio “Tradizione e sapori di Modena”
  • Associazione Nazionale Città del Castagno: www.cittadelcastagno.it
  • Museo del Castagno di Zocca: si tratta di uno dei rarissimi musei italiani dedicati a questo tema (altri due si trovano in località Colognora in provincia di Lucca e in località Nomaglia in provincia di Torino). Dalla forte impronta didattica, espone gli antichi attrezzi per la cura del castagneto e la lavorazione dei suoi frutti ed illustra in maniera chiara le caratteristiche di questa specie arborea e la sua diffusione.

ZAMPANELLE O BORLENGHI?

“All’agriturismo li accolse la Valeriani.

“Oh, eccovi, aspettavamo solo voi, gli altri ci sono già, accomodatevi in sala.”

“Chi è che fa le zampanelle?” le chiese Gherardini.

“E’ un certo Magnani, di Rocca Moschina.”

“Di Rocca Moschina? Ma lui è già dell’Appenino di là, fa i borlenghi, non le zampanelle.”

Francesco guccini e loriano macchiavelli, la pioggia fa sul serio

Questa citazione – da uno dei più recenti libri scritti a quattro mani da Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli e ambientati sull’Appennino – ben esprime la diatriba che si scatena quando si cita questa ricetta della tradizione: zampanelle o borlénghi?

Devo ammettere che la differenza è sottile per chi non sia un fine intenditore… ma c’è. Oltre ad essere legata a confini geografici, si riferisce al condimento. Ma partiamo dalla base.

Sia la zampanella sia il borléngo sono delle sorte di grandi crepes sottili e croccanti (un impasto liquido semplicissimo – la c.d. colla – a base di acqua o latte, farina, sale, uova e in alcune ricette anche vino) del diametro di circa una quarantina di cm che vengono servite calde e ripiegate in quattro parti. All’interno vengono condite sostanzialmente in due modi:

  • a crudo con il tipico “pesto montanaro” (la c.d. cunza: un battuto di lardo e/o pancetta con aglio e rosmarino e una spolverata di Parmigiano Reggiano). Questa sarebbe la zampanella e la potrete trovare nell’area appenninica modenese orientale (in particolare nel Comune di Montese) e in una parte della provincia di Bologna.
  • a cotto con un condimento di pancetta e/o salsiccia e l’immancabile spolverata di Parmigiano. Questo sarebbe il borléngo, tipico della fascia modenese compresa tra Guiglia, Vignola e Zocca, il Frignano (Pavullo, Fanano e Sestola) e la parte della provincia di Bologna più vicina a Modena.

L’attrezzatura usata per realizzarli è molto tipica: una grande padella di rame stagnato con un lungo manico e speciali fornelli rotondi appoggiati su un treppiede, fornelli che, grazie alla presenza di fiamme distribuite in maniera concentrica, scaldano uniformemente la padella. La cottura avviene in pochi minuti e quando la zampanella è pronta viene capovolta e condita direttamente nella padella con il pesto.

Come per tutti i prodotti della tradizione è però impossibile definire una ricetta univoca perché ogni comune, ogni paese e persino ogni famiglia conserva e reputa la propria quelle originaria…

Curiosità: a Zocca (MO) nella sede del Museo del Castagno si trova anche il Museo-Laboratorio del borléngo (oltre all’approfondimento sulla storia e lo sviluppo delle tigelle e crescenti di cui vi ho già parlato qui).

PER APPROFONDIRE:

NON CHIAMATELE TIGELLE!

Le crescenti o crescente (dial. chèrsent) sono le tradizionali focaccine rotonde (6-10 cm di diametro), ottenute con impasto di farina, acqua e lievito di birra. Sono forse uno dei piatti montanari emiliani più conosciuti, da qualche anno a questa parte diffuse anche a livello nazionale grazie ad una nota catena di ristorazione.

Una volta tagliate a metà, si consumano farcite di salumi, formaggi, nutella ma vale la pena iniziare provandole con il c.d. “pesto montanaro” (la c.d. cunza), un battuto di lardo insaporito da sale, rosmarino e aglio e arricchito da una spolverata di Parmigiano Reggiano. Grazie al calore della crescenta il lardo si scioglie ed è una vera prelibatezza!

Le crescenti vengono talvolta chiamate con il nome di tigelle dai piangián (coloro che vivono in pianura): non permettetevi di fare questo errore in Appennino! Qui dovete ricordare che:

  • le TIGELLE (forse dal latino tegere = coprire) sono i dischi in terra refrattaria (tèra butèra) tra i quali si usavano cuocere un tempo le crescenti, impilate nel tier o tigiarol, un sostegno di legno che permettesse di sostenerne la pila. Il loro utilizzo è documentato fin dal Medioevo, come conferma il recente rinvenimento di porzioni di tigelle dagli strati medievali dello scavo della duecentesca torre Rangoni di Rosola (Zocca- MO).
  • le CRESCENTI sono il “pane”, l’impasto che si cuoce tra le tigelle arroventate nel fuoco del camino, spesso insieme ad una foglia di noce o di castagno per imprimerne un aroma particolare. Oggi vengono cotte per lo più tra due piastre di materiale refrattario o metallico.

Fin dai tempi antichi la tigella era arricchita da un decoro che rimaneva poi impresso sulle crescenti durante la cottura. Tra i motivi decorativi più comuni vi è la c.d. “rosa comacina”, simbolo di buon auspicio dalle origini antichissime (attestata già nel IV sec. a.C. su una stele etrusca del bolognese) e nota anche come “rosa a 6 punte”, “rosa celtica” o “sole delle Alpi”. Tale iconografia venne diffusa dai Mastri Comacini (i mastri scalpellini lombardi che a partire dal ‘300 operarono in gran parte dell’Appennino tosco-emiliano).

Alcune famiglie benestanti e di antico lignaggio avevano poi la possibilità di commissionare fregi personalizzati che recassero le iniziali o lo stemma della casata.

PER APPROFONDIRE

Vale una visita il museo il Museo del Castagno e del Borlengo di Zocca, dove vi è un’ampia sezione dedicata alla tigella/crescente, alle sue origini e alla sua preparazione.

Un altro luogo dove approfondire questo ed altri aspetti delle tradizioni locali è il Sistema Museale di Iola di Montese. Dotato, oltre all’imperdibile ed estremamente significativa collezione della 2° Guerra Mondiale “Memorie d’Italia”, di una sezione dal titolo “Raccolte di cose montesine”, dedicata alla civiltà contadina dalla metà del IX alla metà del XX secolo.